Perché il sake sta crescendo in Italia? Forse perché finalmente lo stiamo raccontando bene
Mentre in Giappone i consumi calano, in Italia cresce la curiosità verso il sake. Non è solo una moda: stanno cambiando il modo in cui lo conosciamo, lo beviamo e soprattutto lo abbiniamo a tavola.

C'è una cosa apparentemente contraddittoria che sta succedendo al sake.
In Giappone se ne beve molto meno rispetto al passato. Fuori dal Giappone, invece, continua a conquistare nuovi mercati.
E l'Italia è uno di quelli in cui la curiosità sta crescendo in maniera evidente.
I numeri raccontano bene questo contrasto. In Giappone il consumo di sake raggiunse il massimo nel 1975, con circa 1,675 milioni di kilolitri. Nel 2022 era sceso a circa 403 mila kilolitri, poco meno di un quarto del picco storico. Agenzia delle Entrate
Nel frattempo le esportazioni seguono la direzione opposta: nel 2025 il Giappone ha esportato circa 33.500 kilolitri di sake per un valore vicino ai 45,9 miliardi di yen, entrambi in crescita rispetto all'anno precedente. Le destinazioni hanno raggiunto il numero record di 81 Paesi. Japan Sake PR
Anche l'Italia fa parte di questa storia: nel 2025 sono arrivati dal Giappone circa 427 mila litri di sake, per un valore di circa 394 milioni di yen. Japan Sake Association
Ma i numeri da soli non spiegano perché.
In Italia abbiamo iniziato a guardare il Giappone in modo diverso
Quando ho iniziato a interessarmi seriamente al sake, la situazione italiana mi sembrava molto frammentata.
A Roma esisteva già un piccolo movimento fatto di locali ed enoteche specializzate. A Milano cominciavano a comparire izakaya e ristoranti nei quali era finalmente possibile trovare bottiglie di sake di qualità.
Ma, fuori da determinati ambienti, la conoscenza rimaneva molto limitata.
Negli ultimi anni qualcosa è cambiato.
Probabilmente non esiste una sola causa.
L'Expo di Milano del 2015 ha contribuito ad accendere l'attenzione verso il Giappone; negli anni successivi anime e manga sono entrati sempre più nella cultura popolare italiana e, soprattutto dopo il 2020, l'interesse verso la cultura giapponese è diventato molto più evidente.
Poi ci sono i viaggi.
Nel 2025 più di 309 mila italiani hanno visitato il Giappone, superando per la prima volta quota 300 mila e aumentando di oltre il 34% rispetto all'anno precedente. JETRO collega esplicitamente la crescente popolarità del Giappone anche a una maggiore conoscenza dei suoi prodotti alimentari e delle sue bevande. ジェトロ
Quando si torna da un viaggio con un sapore in testa, spesso si vuole ritrovarlo anche a casa.
Non è più soltanto qualcosa che trovi al ristorante giapponese
Una delle cose più interessanti è che il sake sta iniziando lentamente a uscire dal suo recinto tradizionale.
JETRO segnala che in Italia la sua presenza non è più limitata ai ristoranti giapponesi: comincia a comparire anche in hotel di fascia alta, ristoranti italiani stellati e cocktail bar, mentre gli importatori stanno ampliando l'offerta introducendo categorie che fino a pochi anni fa erano molto meno diffuse, come nigori e nama sake. ジェトロ
Questa evoluzione la vediamo anche direttamente a La Bidule.
Sempre più persone arrivano incuriosite.
E quasi sempre le prime domande sono le stesse:
“Ma il sake è un distillato?”
“Quanti gradi ha?”
“Si beve soltanto caldo?”
Sono domande importantissime, perché fanno capire quanto sia ancora grande la distanza tra ciò che il sake è realmente e ciò che molte persone immaginano.

Il primo assaggio è spesso uno shock culturale
Quando facciamo provare il sake a qualcuno abituato soprattutto al vino, la reazione che sento più spesso è molto semplice:
“È strano.”
Non necessariamente in senso negativo.
È strano perché il nostro palato italiano ha coordinate molto precise.
Siamo abituati all'acidità del vino, ai tannini, ai profumi varietali, alle bollicine.
Il sake parla un linguaggio diverso.
E quasi sempre succede qualcosa di curioso: al primo sorso la persona cerca inconsciamente di interpretarlo con le regole del vino. Poi continua a bere, smette di fare confronti e comincia semplicemente a capirlo.
Ed è lì che spesso arriva l'apprezzamento.
Raccontarlo bene significa prima di tutto demolire i preconcetti
Credo che una parte importante della crescita del sake in Italia dipenda proprio da questo.
Finalmente viene raccontato meglio.
Per me raccontarlo bene significa almeno tre cose.
La prima è demolire i preconcetti.
Il sake non è un distillato. Non deve necessariamente essere servito caldo. E non esiste soltanto per accompagnare sushi e sashimi.
La seconda è non ridurlo a un dopopasto.
Il sake è una bevanda gastronomica che può accompagnare un pasto dall'inizio alla fine.
La terza è far capire che dietro quella parola apparentemente semplice — sake — esiste un mondo enorme: tipologie differenti, risi, livelli di levigatura, lieviti, tecniche produttive, temperature di servizio, tradizioni regionali.
Più lo si conosce, meno appare semplice.
E proprio per questo diventa più affascinante.
Il passaggio decisivo sarà liberarlo dal sushi
Se vogliamo che il sake trovi veramente spazio nella cultura gastronomica italiana, secondo me questo è il punto fondamentale.
Dobbiamo smettere di considerarlo esclusivamente una bevanda da cucina giapponese.
Non perché quell'abbinamento sia sbagliato — naturalmente — ma perché racconta soltanto una piccolissima parte delle sue possibilità.
La dimostrazione più recente l'abbiamo avuta proprio a La Bidule durante una degustazione dedicata al food pairing con i formaggi.
Abbiamo servito un Dewanoyuki Junmai Kimoto di Watarai Honten accanto a diversi formaggi.
Con un tronchetto di capra e con lo Strachitunt è successo esattamente quello che cerco in un grande abbinamento.
Non era semplicemente:
“il sake sta bene con il formaggio.”
Il sake cambiava il formaggio e il formaggio cambiava il sake.
Assaggiati insieme diventavano qualcosa di diverso rispetto a quando venivano assaggiati separatamente.
Ed è lì che l'abbinamento diventa davvero interessante.
“Il sake arriva dove il vino non arriva”
È una frase che utilizziamo spesso a La Bidule.
Non significa che il sake sia migliore del vino — e sarebbe assurdo pensarlo in un Paese come l'Italia.
Significa che possiede strumenti differenti.
Ci sono situazioni gastronomiche nelle quali acidità, tannino o struttura del vino rendono l'abbinamento complicato; alcune tipologie di sake riescono a muoversi invece su equilibri diversi.
Ne abbiamo già parlato approfonditamente in un altro articolo, quindi non voglio tornare qui sulla parte tecnica.
Quello che conta è un'altra cosa: vino e sake non devono essere avversari.
Possono essere complementari.
Dal sake bollente gratuito a fine pasto a una bottiglia scelta consapevolmente
Per molti italiani il primo contatto con il sake è stato probabilmente un piccolo bicchierino servito bollente a fine pasto in un ristorante asiatico all-you-can-eat.
È difficile immaginare un'introduzione peggiore alla complessità del sake.
Oggi, però, vediamo una curiosità diversa.
A La Bidule sempre più persone vogliono capire perché due sake sono differenti, cosa cambia tra una tipologia e un'altra e perché una bottiglia costa più di un'altra.
E, soprattutto, sono disposte a spendere qualcosa in più per poter assaggiare sake buoni o eccellenti.
Anche i dati sembrano suggerire un mercato italiano che non cresce soltanto in quantità ma che sta diventando più interessato alla qualità.

Per questo abbiamo scelto di servirlo al calice
C'è però ancora una barriera.
Chiedere a qualcuno che non conosce il sake di comprare subito un'intera bottiglia è difficile.
Per questo a La Bidule cerchiamo di avere sempre almeno due sake al calice, possibilmente molto diversi tra loro.
Il calice permette di provare senza impegnarsi.
Permette di spiegare.
Permette di mettere due stili uno accanto all'altro.
E magari, dopo averli conosciuti, di scegliere una bottiglia da portare a casa.
Il passo successivo, quello che personalmente aspetto, sarà un altro.
Vedere sempre più spesso qualcuno sedersi a un tavolo, ordinare una bottiglia di sake per accompagnare aperitivo o cena e considerarlo assolutamente normale.
Anche senza sushi.
La curiosità c'è già
Lo stiamo vedendo anche con le nostre prime degustazioni interamente dedicate al sake.
Prima ancora di organizzare la prima serata, il numero di persone interessate ci ha sorpresi.
La prima data si è riempita, abbiamo aperto una seconda serata il 3 novembre e abbiamo già persone interessate anche all'apertura di un'ulteriore bottiglia.
Non sono soltanto appassionati di Giappone.
Ci sono persone che vengono dal vino, clienti che hanno già assaggiato sake con noi e persone che semplicemente vogliono capire cosa sia realmente.
Questa curiosità, sinceramente, è molto più forte di quanto mi aspettassi.
Milano è forse il segnale più evidente
C'è poi un fenomeno che rende questa crescita molto meno aneddotica.
La Milano Sake Experience ha riunito oltre 1.500 appassionati nel 2025. Nell'edizione 2026 i visitatori sono diventati circa 2.900. Sake Sommelier Association
Quasi il doppio in un anno.
E l'aspetto che trovo ancora più significativo è che nell'edizione 2026 il percorso di food pairing comprendeva prodotti italiani come formaggi e prosciutto crudo. Consolato Giapponese Milano
Esattamente il tipo di contaminazione culturale che credo possa rendere il sake davvero interessante in Italia.

In Giappone serve reinventarlo. In Italia, forse, basta scoprirlo
In Giappone la situazione è differente.
Il lungo calo dei consumi ha spinto il settore a cercare modi nuovi per avvicinare le generazioni più giovani: highball a base di sake, mixology, modalità di consumo più informali. Gambero Rosso
Trovo che abbia perfettamente senso.
Lì il sake è tradizione.
E spesso succede che ciò che appartiene alla tradizione venga percepito dalle generazioni più giovani come meno interessante rispetto a qualcosa di nuovo o esotico.
Non è così diverso da ciò che sta accadendo anche al vino in Italia o in Francia.
In Italia, però, credo che oggi non sia necessario reinventare il sake.
Siamo ancora nella fase in cui dobbiamo semplicemente scoprirlo.
Il futuro che immagino
Non credo che il sake sostituirà mai il vino in Italia.
E non credo nemmeno che dovrebbe farlo.
Il vino fa parte profondamente della nostra cultura gastronomica.
Quello che mi piacerebbe vedere è il sake diventare una scelta complementare e naturale, accanto al vino e alla birra.
Vorrei entrare in un ristorante italiano e vedere qualcuno ordinare una bottiglia di sake per il pranzo.
Vorrei vedere una coppia dividerne una bottiglia durante un aperitivo.
Vorrei che nessuno al tavolo vicino pensasse:
“Strano, stanno bevendo sake senza mangiare sushi.”
Quando questo succederà, probabilmente potremo dire che il sake avrà davvero trovato il proprio posto nella nostra cultura.
Senza sostituirla.
Senza snaturarla.
Semplicemente aggiungendo una possibilità in più.
E credo che il primo passo per arrivarci sia proprio quello che sta succedendo adesso:
raccontarlo bene.





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